martedì 28 maggio 2019

Leaving Neverland: tutto ciò che non torna nelle accuse a Jackson

di Gabriele Antonucci
Cito alcuni paragrafi dell'articolo che potete leggere per intero QUI


La recensione di "Leaving Neverland"

Innanzitutto, del documentario, inteso come un'opera audiovisiva in cui il regista offre un'interpretazione soggettiva di una realtà oggettiva, c'è davvero ben poco.

Posto che l'oggettività assoluta, all'interno di un documentario, è un fine quasi utopistico, di contro non è neanche ammissibile una totale arbitrarietà e unilateralità di veduta, basata solo ed esclusivamente sui racconti di due protagonisti e dei loro stretti familiari, senza prove.

Le interviste sono utilizzate per dimostrare la tesi del regista, che crede fermamente, senza però mai fornire la cosiddetta "prova madre", che Michael Jackson fosse un pericoloso pedofilo, un predatore sessuale schiavo dei suoi bassi istinti, che non riusciva in alcun modo a controllare.

Chiunque abbia visto alcuni documentari, sa che di solito vengono intervistate almeno una decina o una dozzina di persone, di diversa estrazione e sensibilità, in modo da avere molteplici punti di vista sulla storia.

Dan Reed ha respinto questa critica in modo stizzito: "Qual è l'altra faccia della storia? Che Michael Jackson era un grande intrattenitore e un bravo ragazzo?".

Basterebbe questa risposta piccata per capire che al regista manchi del tutto la necessaria serenità, oltre che la terzietà, per affrontare un tema così spinoso e delicato come quello dei presunti abusi sessuali di Jackson.

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Le evidenze della psicologia e della criminologia

Chi ha un'infarinatura di psicologia, sa bene come la tendenza a mentire sia un tratto caratteriale abbastanza solido e costante nel tempo, quindi affidarsi ciecamente ai lontani ricordi di due uomini che hanno già mentito in passato, non è esattamente lungimirante.

Oltretutto, è scientificamente impossibile, secondo la psicologia ufficiale, che un adolescente violentato più volte nel corso degli anni, abbia potuto rimuovere un ricordo del genere, salvo poi ricordare l'abuso molto tempo dopo.

La rimozione di un abuso sessuale è possibile solo per un singolo episodio avvenuto nei primi anni dell’infanzia, non per numerosi casi ripetuti anche durante la pubertà.

Reed fa leva sul fatto che le persone siano più guidate dalle emozioni che dalla razionalità, manipolandole emotivamente a poco a poco con suggestioni e sensazioni su presunti fatti, più che con i fatti stessi.

Detto in modo chiaro, la gente crede a ciò che vuole credere, rinforzando costantemente il suo preconcetto, a prescindere dalla logica e dalla credibilità delle vicende raccontate.

Chi credeva che Michael Jackson fosse un personaggio strano, quindi probabilmente anche un pedofilo, sarà confortato nelle sue credenze dalla visione di Leaving Neverland.

Chi ha sempre creduto nella buona fede del cantante che, ricordiamo, è stato certificato dal Guinness dei primati come il maggiore filantropo della storia della musica con 400 milioni di dollari donati a 39 associazioni benefiche, non cambierà certo idea dopo un documentario unilaterale, contraddittorio e senza prove oggettive.

Un altro aspetto che lascia perplessi è il fatto che centinaia di bambini abbiano frequentato Neverland dal 1988 al 2005, ma soltanto quattro si siano lamentati di comportamenti sconvenienti e che solo questi quattro abbiano intentato cause milionarie contro il cantante: Jordan Chandler, Gavin Arvizo, Wade Robson e James Safechuck.

Qui ci viene in soccorso la criminologia: in tutti i casi più famosi e terribili di pedofili seriali, ricorre come costante il cosiddetto "craving", un impulso incontrollabile a porre in essere un comportamento deviante a fronte di un determinato stimolo sessuale.

Appare singolare che Jackson abbia avuto centinaia di "occasioni" per abusare dei suoi ospiti, ma che abbia messo in pratica il suo comportamento criminoso solo con quattro di essi.

Bisogna inoltre considerare che la camera da letto di Michael Jackson era in realtà un grande appartamento su tre livelli e che, come confermato anche dal documentario Living with Michael Jackson (non certo benevolo nei confronti del Re del Pop) e da numerose foto, spesso il cantante cedeva il suo letto agli ospiti per dormire per terra con un sacco a pelo.

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Può un documentario avere più credibilità di un processo?

Il punto centrale dell’intera vicenda non è tanto Michael Jackson, ma un bene ancora più prezioso perché riguarda tutti noi: i fondamenti stessi della nostra civiltà giuridica.

Dopo la messa in onda del documentario, è iniziata una damnatio memoriae senza precedenti della musica del cantante che lascia sbigottito chiunque abbia un minimo di sensibilità giuridica.

Dal Canada alla Nuova Zelanda fino all'Australia molte radio hanno deciso di non trasmettere più le canzoni di Michael Jackson.

I produttori dei Simpson hanno cancellato dal catalogo l'episodio Stark raving dad del 1991 del quale la popstar era stato doppiatore, e il Manchester National Football Museum ha annunciato la rimozione della statua di Jackson.

H&M e Louis Vuitton hanno ritirato dal mercato i capi dedicati al Re del Pop, mentre Starbucks ha eliminato le canzoni di Jackson dalle playlist trasmesse nei suoi cafè.

Una caccia alla streghe a tutti gli effetti, frutto di un neobigottismo retrivo, tribale e fariseo, sull'onda emotiva suscitata dal movimento "Mee Too", che ignora del tutto alcune evidenze giuridiche.

Dalle 333 pagine dell'FBI che sono state pubblicate alcuni anni fa su internet a questo indirizzo, frutto di 13 anni di indagini segrete tra intercettazioni telefoniche, conti bancari sotto controllo, microspie nella sua abitazione e 3 perquisizioni a sorpresa in cui oltre 70 agenti di polizia alla volta ispezionarono ogni centimetro di Neverland, non è stato ricavato un solo elemento di "devianza" del cantante.

Oltre 200 testimoni ascoltati, tra cui 30 bambini frequentatori abituali di Neverland, hanno sempre negato qualsiasi forma di violenza sessuale.
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Se un documentario ha il potere di ribaltare le sentenze di una corte di Los Angeles, esautorando fondamenti del diritto quali la presunzione di innocenza fino a prova contraria e che nessuna condanna è comminabile senza che siano prodotte nel processo le necessarie prove, si aprono davanti a noi scenari inquietanti e pericolosi.

Se accettiamo acriticamente le verità raccontata in Leaving Neverland, un domani lo stesso metodo, cioè un processo mediatico senza prove e senza avvocati della difesa, potrebbe colpire un qualsiasi artista, accusato da due sole persone che, per le motivazioni più varie, abbiano un interesse ad infangarlo pubblicamente.

Uno scenario apocalittico, distopico e orwelliano, assai più pericoloso della messa al bando della musica di Jackson, dove, in un futuro non troppo lontano, i processi mediatici potrebbe essere celebrati in diretta tv all’interno di un reality show, nel quale è direttamente il pubblico a casa a decidere con il televoto sulla colpevolezza o meno dell’imputato.

Albert Einstein affermò: “Una condanna senza indagine è il culmine dell'ignoranza”.

Un rischio che, come cittadini, non possiamo ignorare.

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