lunedì 27 maggio 2019

L'assurda censura post mortem contro Michael Jackson

Paolo Giordano
Forse è il primo caso di censura post mortem. Michael Jackson è stato assolto nel 2005, quattro anni prima della morte, da tutti i 14 capi d'imputazione.

Eppure oggi si scatena contro di lui un insensato giustizialismo radiofonico. Dopo la pubblicazione di Leaving Neverland, il documentario con nuove accuse di pedofilia che dal 19 marzo sarà trasmesso anche in Italia, dal Canada alla Nuova Zelanda fino all'Australia molte radio hanno deciso di non trasmettere più le canzoni di Michael Jackson.
In più, i produttori dei Simpson hanno cancellato dal catalogo l'episodio Stark raving dad del 1991 del quale la popstar era stato doppiatore, e il Manchester National Football Museum ha annunciato la rimozione della statua di Jackson. Quindi è prevedibile che, seguendo la pubblicazione del documentario nei singoli paesi, siano in arrivo iniziative analoghe. Insomma è una sorta di damnatio memoriae che ha scatenato la reazione della famiglia dell'artista e dei fan (che lo difendono sui social con l'hashtag #MJinnocent) e che potrebbe diventare un precedente negativo e decisivo, non solo nella musica ma in tutte le arti.

Se si applicasse il «metodo Michael Jackson», ossia si censurassero ex post gli artisti che si sono macchiati di reati gravi o gravissimi, non ascolteremmo tanta musica (ma non vedremmo anche tanti quadri e non leggeremmo tanti libri che invece sono al centro delle nostre culture). In realtà, l'arte deve rimanere distinta da chi la crea. La prima è giudicata dal pubblico e dagli esperti e, solo raramente dalla legge, che è invece l'unico giudice dell'uomo artista. Invece oggi basta un documentario per scatenare la censura. Un metodo che, da tanti casi del #metoo in avanti, ha scavalcato la giustizia per finire in quel fanatismo tribale che lo stato di diritto ha sempre combattuto.
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