sabato 8 novembre 2014

Michael Jackson, l’uomo, l’artista e il prodotto:l’evoluzione del Business Pop, THE JACKSON SHOP

di Giuseppe Mazzola
Sin dai primi passi della musica moderna nella cultura mondiale, decine di Mega-Stars hanno stravolto i cuori del grande pubblico. Da Frank Sinatra ai Rolling Stones, da Bob Dylan a Madonna; dagli ABBA agli U2; esse hanno tutte lasciato un segno indelebile nella propria epoca, dettando mode e creando tendenze di stile, come di cultura di massa.


Tuttavia, tre sono le stelle, tra le infinite galassie, che sono andate oltre: Elvis Presley, i Beatles e Michael Jackson. Tre persone complesse e uniche, tre personalità inspiegabili, tre epoche differenti: Elvis negli anni Cinquanta; i Beatles negli anni Sessanta; Michael Jackson negli anni Ottanta. La loro influenza si è spinta oltre i limiti del mondo della musica. Sono stati dei veri fenomeni culturali, i simboli viventi di una come molteplici generazioni

E in questo trio surreale, Michael Jackson detiene un posto a parte, un trono d’onore: i Beatles erano in quattro, mentre Elvis era un artista solista ma anche il padre adottivo delle proprie canzoni. E anche se, tuttavia, come Jackson, riunisse il pubblico degli estremi (bianchi e neri, giovani e adulti, ceti sociali, politici e religiosi senza barriere), quest’ultimo era il creatore e lo strumento di ogni opera, ora musicale, ora visiva.


Per questo si può facilmente affermare che Michael Jackson è stato il più grande artista solista della storia della musica: egli era capace di scrivere melodie dal successo mondiale; cantare con una grinta ed emotività senza eguali; danzare meglio di qualsiasi ballerino andando oltre la storia e la logica della danza; immaginare mondi visionari che superavano l’idea stessa del cinema e della visione filmica.
AT03puXNon ci sarà mai più un artista come lui nel futuro delle generazioni a venire, come non ci sarà mai più un mondo capace di regalare a un solo uomo l’opportunità di essere una leggenda vivente.

Michael Jackson, il cui nome oggi è patrimonio genetico e culturale di tutta l’umanità, rappresenta il simbolo e l’emblema di una grande ed unica industria massmediatica e commerciale, che a lui ha dedicato ampie pagine in borsa e, su di lui, ha costruito uno dei più grandi imperi economici che la storia contemporanea possa ricordare.
L’industria massiccia che si sviluppa sulla sua figura (artistica e mediatica), a partire dalla prima metà degli anni Ottanta – in risposta al caso THRILLER –, costituisce un fenomeno culturale e commerciale di massa (il primo nella storia) che, sulla scia di un fanatismo quasi religioso entro canoni sociali consumistici, costruisce un impero di marketing e massificazione globale, spinto oltre la potenziale grandezza dello stesso Jackson.
L’artista così si insidia nella catena di montaggio di una nuova tipologia di pensiero, che trasferisce l’iniziale carriera musicale in un prodotto di consumo di massa, lontano dai suoi intenti artistici; sempre più vicino alla stilizzazione del proprio nome in futili suppellettili dalla tiratura milionaria, studiati e concretizzati non più nella sua più valida estetica del talento, ma sulla riduzione del nome e del volto dell’artista stesso, in schemi di vendita meticolosamente studiati (tanto quanto lo è il personaggio di Jackson), superficiali e sterilizzanti.

Era dai tempi di Elvis e dei Beatles che l’America, come la vecchia Europa, non assaporavano quel grottesco e decadente gusto biblico dal sapore mitomane; il sapore della stessa bibita sponsorizzata da Michael, dal potere centrifugo e insano; droga effimera e spettacolare per disomogenee folle dipendenti, in preda al delirio e alla generazione disturbata di un nuovo, ineccepibile, eroe sovra terreno.

Quello che avviene con Jackson è un processo di beatificazione pagana, al dire il vero suona un po’ come replica di un vecchio film anni Sessanta, interpretato da Lennon e McCartney; in cui il protagonista, una nuova cenerentola dei tempi moderni, abusata della sua infanzia e del suo talento, si arrabbia parecchio con i genitori e con la cultura del suo tempo; al punto di vendicarsi trasformandosi un po’ in superman, un po’ in Dio. A quel punto il genere umano si accorge della sua potenza e lo venera, lo idolatra; lo rende un po’ Presley e un po’ Beatles. Appare quasi scontato il destino di quelle insolite apparizioni mariane sotto vesti militari e pagliaccesche, tra isteriche acclamazioni e violente dimostrazioni di consenso.

E‘ un popolo fedele – quanto diseducato – alla logica mediazione tra persona e personaggio, agli influssi (benefici?) che una figura come quella di Jackson possa impartire; una totale astrazione tra il mondo reale e il mondo possibile che l’artista propone.

Tuttavia, ciò che rende Jackson il nuovo Zeus dell’Olimpo di cartapesta, è proprio quello status che lo pone equamente tra il possibile e il reale; gli concede il dono dell’attenzione (mediatica) e il potere della diffusione (di massa).
Su questi presupposti si fonda l’elemento cardine della sua immagine e il conseguente fenomeno di marketing e consumismo a lui legato; Jackson infatti, tra possibile e reale, soggioga la cultura di massa, come il mercato ad essa connesso, alla possibilità di una condizione reale del tutto inedita, di fantasia; dichiarata e sottilmente negata come status individuale accessibile a chiunque ne voglia fare un acquisto; una concreta e abbordabile concessione del proprio universo interiore secondo i meccanismi dei mass media.
La spiegazione della realtà mediante l’irreale; lo stesso irreale inteso come riflesso di un mondo ideale e artificiale, raggiungibile soltanto attraverso la stessa strada di Jackson, il cui unico sentiero è acconsentito solo tramite l’acquisto di un qualsiasi oggetto che rechi impresso il suo volto.

Il fanatismo ha certamente aiutato l’industria su cui egli istituì la sua dissacrata chiesa; l’eterno Peter Pan non ha mai smesso di professare il credo della giustificazione (la vecchia bugia madre dei sui fanciulleschi stratagemmi relazionali); lasciapassare a quel mondo incantevole che autorizza chiunque a sfuggire dall’accusa di blasfemia nei suoi confronti: venerare Jackson allora non è più un peccato; perché di uomo non si parla, ma di spirito e di sogno fatato che si fa carne per redimere i desideri di bambini perduti.

Ogni prodotto di Jackson, è da lui pensato come un sogno da vendere; infinite copie dello stesso sogno da far proprio, di uomo in uomo, di paese in paese, da una parte all’altra del mondo; tutti i sogni in una scatola; sintetizzata dal suo nome e dal suo volto, innalzati alla poesia e all’arte, sfruttando egregiamente una genialità e un talento fuori dal comune, che si palesa in quei toni forti e decisi quanto la sua determinazione di supremazia; eppur sfumati e indefiniti come i confini (quasi impercettibili) che intercorrono, nella massa, di uomo in uomo, quando si manifestano nella coscienza dell’individuo.

Spetta un merito al Re del Pop; il suo sogno, democratizzato al mondo intero, ha gettato le basi per quell’ambizioso progetto umanitario mai raggiunto a compimento sotto altri aspetti (politici) più delicati. Egli ha reso la massa un’unica forma, la forma di tutti; denudandola del valore proprio per renderla aderente a chiunque; ha reso questa unica forma, la forma del’individuo, singolo e intimo; per concedere il lusso a chiunque di far proprio un mondo estraneo e godere dei suoi benefici visionari; poi ha preso questa duplice forma e ogni individuo che se ne è appropriato, e li ha radunati tutti sotto lo stesso palco: infiniti individui che diventano massa; con una medesima copia della forma tra le mani, nella testa e nel cuore....


Tutti uguali (sotto il suo regno) eppure diversi (nella cultura e nella storia). Jackson ha unito le masse come mai fino ad allora era riuscito nessun uomo politico o socialmente impegnato. Ha preso di stesso quella parte buona (mescolata totalmente col talento) e l’ha donata a tutti democraticamente; in risposta, la popolazione l’ha accolto, prima intimamente e successivamente socialmente, e si è ritrovata ovunque, in ogni angolo del globo, come una grande comunità multietnica, accomunata da un unico comune denominatore, Jackson.
Si definisce un fenomeno sorprendente; egli non rappresenta più un popolo, ma tutti i popoli; un raro caso di appartenenza vivente all’umanità, al suo dna, alla storia comune (eppur lontana e indiretta) dell’uomo.

L’industria mediatica e commerciale che ruota intorno alla figura di Jackson, prima ancora di edificare le sue fondamenta sulle glorie centrifughe del personaggio, implode nella formazione dell’individualità di Jackson stesso; che agli inizi degli anni Ottanta, negli anni in cui egli forgia il suo status per intrinseco riscatto morale (diviso tra persona e personaggio), a ridosso di un passato familiare e artistico rinnegato; include tra gli strumenti di formazione (e conquista), gli efficaci congegni già collaudati e avviati del mondo e del pensiero dei mass media e del consumismo commerciale.

Sugli escamotage da baraccone che egli innalza come mura di difesa dal proprio intimo disagio, Michael tesse delle spesse e intricate trame di allucinazioni e illusioni, riadattate al mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento; viaggiando sempre più in là, oltre i confini umani che impedivano ai suoi desideri di definirsi aperti, alle sue pulsioni di realizzarsi.
Jackson si reinventa, come abbiamo già constatato, per un intimo e fragile bisogno di riscatto; eppure, quella sua continua ostentazione di una spettrale infanzia persistente e perseguitante, voltata al poetico e all’ammiccante, non gli impedì di perdere di vista il valore del denaro e la potenza che da esso ne scaturisce.

Associò con altrettanta infantilità il proprio talento (ormai indiscutibile) con i media; che fino ad allora l’avevano sostenuto e protetto, agevolandone l’immagine pubblica e finanziaria.
Jackson conosceva bene le leggi del mercato, specie del suo; e al sorgere del nuovo decennio (gli anni Ottanta), conosceva bene anche i propri obiettivi di realizzazione e mitomania.
Indiscutibilmente il talento lo aiutò; altrimenti non si potrebbero spiegare le innumerevoli novità introdotte da lui in così breve tempo, ma egli andò oltre; si spinse controtempo verso il monopolio della cultura stessa.

Da cantante ed intrattenitore quale era, egli si immaginò su un livello molto alto, quello dell’incorruttibilità intesa come arte pure e creatrice.
A pensarci bene Jackson era, in fondo, unico figlio di se stesso, l’unico a cui dire grazie – in questo momento di re-invenzione – per il proprio successo; incontaminato e all’improvviso diseducato da quell’importante storia nera americana che gravava sulle sue canzoni. Fece di se un venditore di sogni, quelli a lungo cantati ed esibiti sul palcoscenico; pretese l’abolizione della comprensione; quando arriva Jackson non c’è più niente da capire, c’è solo un sogno da comprare. Giusto o sbagliato, questo era l’affare che proponeva.
Michael Jackson, come quell’indifeso e solitario alieno venuto dalla luna di cui ne cantò le sorti – E.T. -, scese sulla terra del supermarket mondiale, e si mise a vendere le stelle.

“[La sua musica è] la più caratteristica conferma di quello stile di vita insano e imposto, che gli Stati Uniti stanno cercando di diffondere nel resto del mondo come riflesso e manifesto di una società tanto potente e rassicurante, quanto democratica e deificante.

[Il video di Thriller] è un mortificante e subliminale atto fascista, un fascismo reso nella sua forma più estrema e forse ancor più subdola del vero antico regime; il suo intento è stato elevato a quei livelli di comunicazione ingannevole e politicamente scorretta dei quali, il governo americano, crede di potersene avvalere, per distogliere l’attenzione dai veri problemi che affliggono, non solo l’America (che poverina…oggi ha bisogno di un nero effeminato che fa danzare la gente vestendosi come una vecchia attrice dei vaudeville, per difendersi dalla verità che la sta facendo affondare), ma tutto il resto del mondo, ormai accecato e soggiogato dalla nuova bambolina messa in svendita dalla Casa Bianca. Reagan pensa che che regalandoci un sogno falso quanto le sue azioni, possa farci dimenticare la realtà, arricchendo le casse delle sua economia, vendendo dischi e cose inutili.
Thriller di Michael Jackson è uno strumento fascista in mano all’America; costringe la massa con forza e violenza, ad apprezzarlo come una droga da cui dipendere; egli vuole che il mondo dipenda da Michael Jackson, facendo di lui il rappresentante di un paese alla deriva che, purtroppo, adesso rappresenta una grande parte del mondo.
Jackson, ignaro, sottomette le categorie più deboli, i giovani e gli anziani; costringe la categoria dei forti ad accontentare i primi ed assecondare i secondi; La sua tarchiata diffusione nella rete musicale MTV [essa più americana e persuasiva di lui]; nei negozi di musica e negli scaffali dei supermercati, obbliga chiunque a ricrearsi un luogo, attorno a sé, basato sull’ossessione del suo volto.
Thriller e Jackson reprimono il pensiero, impongono al godimento errato di questa mania più maligna del loro intento, e non si può parlare d’altro…”
Sovietskaya Kultura, Quotidiano culturale ufficiale dell’U.S.S.R.
19 Giugno, 1984

Questo articolo apparso nella rivista culturale ufficiale russa, nel lontano 1984, accusa Jackson di essere diventato uno strumento in mano alla politica di Reagan, per distogliere lo sguardo dai concreti problemi, non solo del suo paese, ma del mondo intero. Che Jackson ne fosse consapevole (o d’accordo) non è facile verificarlo; egli fu sempre attento a stare lontano da prese di posizioni politiche, per meglio essere gradito e accettato dalle diverse realtà mondiali, più come ideologia umana che come rappresentante di un ideale sociale. Eppure, inconsapevolmente, questo articolo da un’idea ben chiara della diffusione mediatica (e del suo potere) non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il resto del mondo.

Quando questo articolo va in stampa, Jackson ha da poco compiuto il suo miracolo artistico con la rivoluzione musicale e visiva di Thriller; non curante della pesante critica mossa dal paese sovietico; egli prosegue il suo percorso entrando ufficialmente (e totalmente) nel mondo del mercato.

I soldi, prima di tutto; Jackson ne guadagnò tantissimi; con le vendite dei suoi dischi ma non solo. Cercò, come mai nessun altro artista prima di lui, di fondersi totalmente con le leggi del mercato, invadendo davvero come un dittatore, ogni area possibile. Lo fece per un nobile fine, l’allontanamento dal padre per riconquistare la propria felicità; ed allora la sua politica di espansione si fece verticale; statica e ossessiva fino alla vetta più alta del suo campo di battaglia.

Ma l’espansione del suo mercato, come del suo fine, debordò con l’aumento della sua credibilità; l’espansione si fece orizzontale, sterminata, mondiale.
E’ curioso notare come, all’origine del suo impero, non ci sia un fine economico davvero dominante; Jackson voleva solo reinventare la propria persona in un mondo ideale proprio; ma il suo talento lo portò a un narcisismo mitomane che diede i suoi frutti.
Questo spiega perché, ogni contratto firmato, tutte le sue sponsorizzazioni ed immissioni nel mercato, si rivelarono sempre come manifestazioni della propria gloria; battaglia allegorica a suon di slogan e spot televisivi; che l’hanno trasformato davvero in un dittatore buono e sorridente monopolizzante.

Ho citato la saga Pepsi, che dal 1984 fino al 1992, l’ha visto testimonial della celebre bibita; dando risultati eclatanti per la multinazionale (che superò in vendite la divina Coca Cola); ma diede soprattutto a Jackson il potere di strumentalizzare i media e i suoi strumenti, per enfatizzare il suo personaggio; che secondo la sua logica di intenti, era ormai la sua unica persona.
Ecco allora che uno spot di un minuto per la Pepsi, in realtà, diventa il prodotto perfetto dell’artista Jackson: lo spot diventa short film, di cui egli ne era il padre; il prodotto lascia il posto al carisma e al talento del Re Mida, che finge di mettersi in gioco ma in realtà nasconde quell’asso piglia tutto, spiegato con un talento che la bibita gassata gli permette di mostrare ogni giorno, ininterrottamente, in tutte le TV del mondo.
Jackson dunque capì che, questa via, gli permetteva di essere pagato per manifestarsi nei piani più alti, secondo una struttura che, per renderla possibile, avrebbe lui stesso dovuto pagare, sperando in una visibilità non alla pari.

Un genio della comunicazione visiva; non c’è che dire. Il suo fu il primo caso di psicologia inversa applicata alla logica dei mass media; aprì la strada all’uso dei nuovi mezzi di comunicazione all’arte e, conseguentemente, rese questi stessi strumenti affini ad essa; tanto che da questo momento si può tranquillamente parlare di una nuova espressione artistica, quella mediatica; la pubblicità come nuova forma d’arte, più vicina al supermercato che ai musei.

Da quel momento Jackson non abbandonò mai più i media, facendosi padrone della loro influenza; ma al tempo stesso anche oggetto passivo della loro politica d’interessi.
Non smentì mai i gossip che lo citavano in giudizio, ne si difese dalle presunte gogne che lo volevano ora omosessuale, ora ipocondriaco impazzito; comprese alla lettera il potere che, qualsiasi forma di pubblicità, avrebbe potuto giovare gratuitamente con una rapidità inaudita, all’espansione della sua visibilità; e lasciò che i media facessero il proprio gioco di pettegolezzi e false verità; attendendone la maturazione, per poi raccoglierne il succo e rispondere – ai media come al pubblico famelico di tabloids – con la sua verità; nel modo a lui più congeniale; una smentita disprezzante di quel mondo che, seguendone le redini, nel silenzio ne ha giovato a lungo, e proprio con quel silenzio ne ha ritardato l’effetto apparente ma ingannevole di disinteresse; una smentita che poi ha ribaltato e rovesciato in affermazione; con un nuovo (casuale?) prodotto più coerente al suo intrattenimento.

Altro passo geniale il suo, lasciar credere ai media ciò che la gente vuol comprare e criticare; mai smentire; mai metter fine al gioco; tutto ciò equivale alla pubblicità eterna del suo nome e alla promozione più ardita della sua carriera.
Conquistare la prima pagina, giorno dopo giorno, costava tanto a una casa discografica per promuovere un artista; Jackson aveva tutto ciò gratis; e appena un uovo disco era pronto; ecco che puntualmente arrivava la smentita (indiretta), attraverso quelle megalomani contraddizioni che lui, nel frattempo aveva già elargito come modello indissolubile, negli spot pubblicitari come nei colossali videoclip.
Questo ha comportato, nella sua carriera, una persistente e mai interrotta promozione delle sue doti artistiche e della sua figura, sia come personaggio che come persona. L’ha condotto e ridotto a una responsabilità pubblica e sociale degna di un capo di stato; la sua mitomania, legata a quell’antico bisogno di affermazione e riscatto, l’ha reso più vicino a un dittatore dai toni disneyani, che a un qualsiasi uomo di spettacolo.
I risultati li conosciamo tutti.

Alla fine degli anni Ottanta, Jackson ha venduto centinaia di milioni di dischi in una sola decade; ha battuto ogni record possibile; ha stravolto e innovato il mondo della cultura contemporanea innalzandola a livelli inimmaginabili; si è reso il volto più noto e identificabile di tutta l’umanità, scivolando velocemente dalla propria individualità verso un fiume di collettivo anonimato.

 Jackson è così diventato l’artista più influente e popolare che la storia ricordi; il suo potere supera il suo ruolo artistico; la sua fama va oltre ogni spiegabile fenomeno sociale; il suo volto e la sua storia aderiscono perfettamente in quel gioco strumentalizzante dei media, capace di vendere tutto, persino gli ideali e colui che li partorisce.
Nella satura società del mercato dell’era contemporanea; Jackson si affaccia al mondo come continua sintesi di se stesso, rivisitazione delle proprie gesta per un ideale di opera perfetta che, se mai non raggiungerà, lo porterà a imprese che sfiorano la perfezione.

Un’icona, la sua storia e le sue scosse alla società, che nel traboccante mondo del commercio di massa (e quindi Pop), continuamente disturbato da un popolo selvaggio bulimico e compulsivo, cercherà nuove vie di compensazione ai vuoti non ancora colmati.

Un’icona, la sua storia e le sue scosse alla società, che nel traboccante mondo del commercio di massa (e quindi Pop), continuamente disturbato da un popolo selvaggio bulimico e compulsivo, cercherà nuove vie di compensazione ai vuoti non ancora colmati.

La musica, lo stile, le rivoluzioni da lui apportate, si restringono sempre di più nel suo volto e nel perimetro della sua materia; la stessa esile massa plastica che, affiancata al logo della Pepsi, nel 1988 promuoveva il trionfale Bad World Tour; che fino alla fine dei suoi giorni, stilizzerà sempre di più; il suo corpo e la sua musica si sterilizzano entro statiche pose di danza esasperate fino al riconoscimento assoluto; imposte con il vecchio rito – ormai per lui essenziale – dell’accanimento mediatico; quell’universo complesso (incomprensibile persino per lui), si fa sempre più ridotto e lontano dalla realtà visiva a lui cara (realtà che, in fondo, ha sempre negato e respinto); la sua fede nell’immagine perfetta e visionaria, si converte al rito pagano del simbolo; la sua identità migra ulteriormente di pianeta in pianeta; allontanatosi dal mondo reale per approdare in quella sua Isola incantata dove adesso vola, sorvola, in quel mondo per lui più divino: la fabbrica di plastica degli ideali ben confezionati.

Michael Jackson diventa un prodotto egli stesso; il perfetto status finale di tutta la sua esistenza; l’approdo felice dopo una dissanguata fuga dentro e fuori l’Isola che non c’è. Quella fabbrica, finalmente, gli permetterà l’immortalità; continue auto celebrazioni in quantità industriale; l’onnipresenza sostituisce il genio; la serialità ne minaccia l’unicità; ma gli permetterà di essere desiderato e posseduto tute le volte che la massa lo vorrà; durante e oltre la sua reale condizione umana. Non è un caso che la stessa Pepsi, lo abbandoni con indignazione nel 1993, in seguito alle infamanti accuse di abusi sui minori.

Sono le dure leggi di quel mondo Pop ipocrita che Jackson stesso ha creato; un amore, quello tra Pepsi e Jackson, opportunista e bugiardo tanto quanto quell’immensa bugia buona che sta alla base delle pubbliche relazioni del Pop. Il potente Jackson, resta pur sempre un prodotto, ma rimane un uomo solo, e si sa…ogni prodotto ha una scadenza, ogni uomo ha una coscienza.
Il prodotto seriale simil Jackson è l’opera perfetta e d’eccellenza, alla quale lo stesso Jackson avrebbe ambito per la realizzazione del suo progetto divino.
Spariscono dai suoi dischi le fotografie, troppo vicine alla realtà; a partire dal 1991, con l’abum Dangerous, ci saranno soltanto illustrazioni e simboli a mediare tra lui (con la sua musica) e il mondo.
Nei suoi video apparirà sempre più spesso come un liberatore di una patria surreale, il redentore – mai sepolto – dei bambini perduti e dei loro giochi nascosti; l’elfo inarrestabile custode della satanica danza dell’immortalità. Sul palcoscenico apparirà come un eterno alieno (e alienato) in continuo viaggio, dentro e fuori di sé, dandosi in pasto all’indefinito e approssimativamente ben conteggiato universo massificato; preservando l’immenso alla sua intimità che sembra non essere minacciata dai limiti umani.

Appaiono sugli scaffali bambole, salvadanai, portachiavi, impianti hi-fi, profumi, bibite, tavolette di cioccolato, videogames; tutti ricondotti (e sempre celebrativi) al suo nome e alla sua dittatura pacifica; tutti però predisposti ad annullare, da lui, ogni traccia di contatto umano (ma non con l’umanità).

Così, mentre l’industria musicale ne celebra il genio, il mercato mondiale ne loda l’immagine; nelle isole caraibiche di Saint Vincent (a nord di Grenada nell’arcipelago delle Antille) vengono emessi francobolli a lui dedicati, i primi a celebrare una personalità ancora in vita – esempio poi seguito nel resto del mondo; dalla Russia alla Spagna, dalla Repubblica Ceca al Sud Africa.

Le multinazionali Levis’ e Kellogs, stampano dei vinili promozionali (oggi ricercatissimi dai collezionisti) facendosi sponsor loro stessi di Jackson, che utilizzano poi come attrattiva da packaging; vengono messi in commercio i “Michael’s Pets”, la serie degli animali di stoffa modellati sullo zoo del cantante in dieci modelli differenti; le prugne californiane Raisin adottano Jackson come frutto-figlio al prodigo; la celebre casa di moda sportiva L.A. Gear lo recluta come stilista e testimonial di punta (fig. 54); il mondo dei cartoons, con la celebre famiglia della preistoria, The Flinstones Kids, dedica una puntata al Re del Pop, con i giovani Fred, Barney, Wilma e Betty che cercano di raggranellare i soldi per assistere al concerto di Michael Jackston (Michael acconsente che la sua canzone Beat It venga rielaborata con un nuovo testo che inviti i giovani a stare lontani dalla droga); mentre i Simpson dovranno vedersela con un personaggio gigantesco, bianco e con disturbi mentali, che crede di essere Michael Jackson e canta Billie Jean e Ben; duettando con Bart intonando Happy Birthday Lisa, mentre la folla di Springfield assedia la loro casa (Michael prestò la voce componendo il brano che accompagna l’episodio).
E la lista potrebbe continuare all’infinito…


Il miracolo si è compiuto; Michael Jackson è diventato finalmente l’idea e lo sponsor di Michael Jackson; quello con la minuscola “c” cerchiata del simbolo del copyrights; la sua sensibilità si è trasformata e propagata in infinite stampe; la sua identità abusata si è lasciata violare nell’anonimato della persistenza ripetitiva, annullando finalmente, sugli scaffali, i suoi dolori.
Non c’è più niente e nulla che lui non possa fare, se non ripetersi all’infinito; nulla che lui possa essere se non pensarlo e mandarlo in stampa.
E’ questo quello che davvero rende un genio indiscusso un mito.
Oggi, probabilmente, diremo che la risposta è si.

Perché quando un bambino viene rinchiuso in un’accecante gabbia dorata, cresce in quella cattività fiabesca del mondo dell’entertainment, spogliandosi della propria identità per una bugia di lusso, fa del suo stesso genio un arma autolesionista per lenire i dolori della mente e del cuore; il tempo, la storia, il genio stesso che muove le stelle e i pianeti del suo turbolento firmamento, trovano l’ordine divino nella continua ricreazione di se stesso; nella camaleontica persistenza della memoria, violentata e rigettata nell’anonima bolgia di affamati che di lui si nutre; per un sorso in più di oscuri pensieri da non dichiarare, ne dispensare nella menzogna; attraverso quella chiave di libertà che è la plastica in sostituzione di se stesso, che lo cristallizza nel tempo e nello spazio, senza una fine, senza una meta.

E allora il mito si palesa, si rafforza, si imprime nella cultura e nella memoria genetica di tutti.
Nel momento in cui Jackson è diventato un prodotto, in quello stesso momento…i sovrani delle multinazionali e le finanze dello stato mondiale, hanno esultato di questa gaia schiavitù; una prigionia bramata e compresa, che l’ha finalmente, per la prima, reso un uomo libero.
Michael Jackson, per la prima, volta, ha ceduto il trono della bugia ai suoi surrogati in saldi; l’ennesimo spot televisivo gli ha finalmente assegnato una medaglia al merito…il merito del silenzio.
E in silenzio, si sa…le bugie non si dicono.

Testo estratto da “KINGS OF POP – Da Andy Warhol a Michael Jackson . La glorificazione della cultura Pop come compensazione alla caducità dei valori individuali nell’era del consumismo, dagli anni Cinquanta ai giorni nostri. Edificazione e demolizione del mito nella cultura mass-mediatica: dall’automatismo di Andy Warhol alla mitomania di Michael Jackson; riflessi e riflessioni sui redentori dell’inappetenza americana. Il fenomeno Michael Jackson: il genio, l’artista, l’icona. Analisi storica, artistica e sociale del caso Jackson nella cultura contemporanea”, di Giuseppe Mazzola, Palermo, 2010.
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