lunedì 12 giugno 2017

Bruno Mars: è davvero l’unico erede di Michael Jackson?


Il cantante hawaiano, in concerto il 12 giugno a Bologna e il 15 a Milano, ha molti punti in comune con il Re del Pop, che gli è superiore dal punto di vista creativo

di Gabriele Antonucci
Dal 25 giugno del 2009, data tristemente nota per la tragica morte di Michael Jackson, i critici musicali hanno iniziato a cercare un suo erede.
[...] Posto che non ci sarà mai un artista completo, influente e geniale come lui nel mondo del pop, secondo il nostro parere l’unico che potrebbe raccogliere, anche se solo parzialmente, il suo scettro è Bruno Mars..

L’artista di origini hawaiane ha già dimostrato in soli tre album Doo-Wops & Hooligans del 2010, Unhortodox Jukebok del 2012 e 24K Magic del 2016 di avere una capacità di scrittura, di produzione e di interpretazione da autentico big.

Mars suona sei strumenti (pianoforte, chitarra, batteria, basso, armonica e ukulele), sa muoversi con naturalezza tra pop, rock, reggae, r&b , soul e funk, ha una totale padronanza del palco e dei suoi mezzi espressivi, nonostante la ancora giovane età.

"Se parliamo di talento, Bruno Mars ne ha più di tutti: la voce, l’elasticità della danza, la confidenza con il palco. L’impronta è quella di Michael Jackson". L’endorsement per Peter Gene Hernandez (il vero nome di Bruno Mars,scelto in omaggio a Bruno Sanmartino, il wrestler italoamericano per cui tifava tutta la sua famiglia) viene da Mark Ronson, produttore dei best-seller di Amy Winehouse. C’è lui dietro il sound di Unothodox jukebox e soprattutto di Uptwon funk, uno dei più grandi successi pop degli ultimi 20 anni con 2 miliardi di visualizzazioni su Youtube.

Mars ha debuttato a 5 anni(e qui la similitudine con l'enfant prodige Michael Jackson è evidente) come clone di Elvis Presley in una tribute band composta solo da membri della sua famiglia che si esibiva in un hotel di Las Vegas. Nei panni di mini Elvis è stato scelto per un cameo nel film Honeymoon in Vegas con Nicolas Cage e Sarah Jessica Parker.

Dopo essere stato messo sotto contratto dalla Motown, il massimo per un artista di musica black, Mars è stato scaricato a soli 19 anni dalla sua etichetta perché, a loro dire, dotato di poca personalità, ma non si è perso d'animo e si è subito risollevato nel 2010 con un album di debutto di grandissimo successo come Doo-Wops & Hooligans.

E qui veniamo al punto più debole della proposta artistica di Mars, soprattutto rispetto alla discografia di Jackson: uno stile musicale fin troppo didascalico e derivativo.

Due esempi eclatanti sono Locked out of heaven, che sembra una cover dei Police con una spruzzata d'elettronica, e la stessa Uptown Funk, talmente simile a Oops upside your head della The Gap Band, pubblicata nel 1979, che Mars ha dovuto aggiungere nei credits della canzone i nomi di Charlie, Robert e Ronnie Wilson, Rudolph Taylor e Lonnie Simmons, gli autori di Oops upside your head, per evitare un insidioso processo per plagio.

Prendiamo ad esempio Dangerous di Michael Jackson, pubblicato il 26 novembre 1991, che, a 25 anni dalla sua uscita, suona ancora incredibilmente fresco e attuale, come se fosse stato scritto oggi.

Se ascoltate l'ultimo album del suo erede designato Bruno Mars, il pur ottimo 24K Magic, è innegabile che suoni più "vecchio" rispetto a Dangerous, un disco che ha mostrato le infinite possibilità espressive del pop, rendendo sonorità d'avanguardia alla portata di tutti grazie allo straordinario gusto melodico del Re del Pop, spaziando dal pop al rock, dall'hip hop al gospel, dal new jack swing all'r&b più raffinato.

24 K Magic, ultima fatica di Bruno Mars, è un album che vanta una produzione eccellente, merito dei team Shampoo Press & Curl e The Stereotypes, in cui è impossibile trovare un suono fuori posto, ma i nove brani non spiccano certo per originalità.

Se prendiamo due eccellenti dischi del 2016 come Blonde di Frank Ocean e Malibu di Anderson.Paak, per non parlare di Black Messiah di D’Angelo di fine 2015, è evidente che la musica black stia andando verso altre direzioni, con commistioni tra nu soul e rap, testi consapevoli, ritmi spezzati e atmosfere più rarefatte.

Mars ha dichiarato che in 24 K Magic ha voluto rendere omaggio alle atmosfere della musica r&b con la quale è cresciuto all’inizio degli anni Novanta, periodo in cui la scena black era dominata da Bobby Brown, Blackstreet, Boyz II Men, Babyface e Teddy Riley, anche se in un paio di brani si avvertono gli echi del funk dei primi anni Ottanta di gruppi come Cameo, The Gap Band e Commodores.

Ben venga tornare indietro nel passato per rendere il suo personale tributo a un periodo felice della musica nera, che molti millennials conoscono poco per ragioni anagrafiche, ma è lecito attendersi, da un artista del talento di Bruno Mars, un guizzo o un’impronta di creatività di cui, spiace constatare, non ve n’è traccia in 24K Magic.

Il pop visionario e senza confini di Michael Jackson ha lasciato, invece, un’impronta indelebile nella cultura popolare degli ultimi quarant’anni, percorrendo strade artistiche che nessuno aveva mai intrapreso, trasformando i video in veri e propri film (Thriller, Bad, Ghosts), innalzando il pop a forma d’arte a tutti gli effetti.

Thriller di Michael Jackson non è stato semplicemente un disco, ma un fenomeno culturale così radicato nell’immaginario collettivo da non avere altri termini di paragone, con oltre cento milioni di copie vendute, record assoluto di tutti i tempi.

Michael Jackson è stato il più grande performer di tutti i tempi, l’unico in grado di eccellere nel canto come nel ballo, tanto che i suoi passi vengono insegnati oggi nelle scuole di danza moderna.

Ciò che differenzia maggiormente i due artisti è, in buona sostanza, la creatività. Mentre grandi artisti come Bob Dylan e Bruce Springsteen hanno raccontato con verità e con poesia ciò che accadeva nel mondo, Jackson si è spinto oltre: ha creato un nuovo mondo, accessibile e misterioso, solare e cupo al tempo stesso, in cui i confini del reale sono notevolmente dilatati.

Un altro punto a favore di MJ, rispetto a Bruno Mars, sono i testi e il messaggio della sua musica, all’insegna della pace, della speranza, della difesa della natura, della fratellanza tra i popoli senza distinzione di razza e di religione.

Prendiamo un brano come Man in the Mirror, una ballad di sapore gospel, un vero e proprio inno accostabile, per tematiche e per qualità, a Imagine di John Lennon.

Scritta e composta da Siedah Garrett e da Glen Ballard, Man in the mirror suona come un j’accuse di straordinario impatto, tanto più importante in un decennio caratterizzato dall’individualismo e dall’edonismo. Come Bob Dylan negli anni Sessanta cantava che “i tempi stanno per cambiare”, così Jackson vent’anni dopo, sull’onda dell’ emozione per le tante guerre e per le carestie che affliggevano il Terzo Mondo, si fece portatore di un messaggio di incoraggiamento, individuale e al tempo stesso collettivo.

Ben diverso è il testo di 24K Magic, tutt'altro che "dylaniano", anche se perfettamente in linea con una canzone pensata per far ballare, senza troppi pensieri.

Il video, in cui Bruno, con una colorata camicia di una nota stilista italiana, è affiancato nel call and response dagli Hooligans, è un trionfo di edonismo, tra jet privato, cabriolet di lusso, party hollywoodiani con bellissime ragazze, champagne, moto d'acqua e tanto divertimento.

Lungi dal condannare un clima festoso (di cui mai come oggi c'è bisogno) e perfettamente in linea con il mood dominante dei videoclip di oggi, ma, da un artista di quasi 32 anni, dal grandissimo talento come Bruno Mars, è lecito pretendere qualcosa di più, anche dal punto di vista dei testi.

Il prossimo album ci dirà se Mars ha intenzione di lasciare anche lui un’impronta indelebile nel pop degli anni Duemila, mostrando una maggiore ambizione artistica in una sorta di Thriller 4.0, o se l'artista si accontenterà di essere "solo" il miglior cantante e performer tra gli eredi di Michael Jackson.

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