domenica 22 marzo 2015

Michael Jackson: Il Gelato e la Gentilezza by Roney Giah

Rise, si fermò,
mi guardò e disse: Ok, dammi il tuo biglietto da visita.
Il suo nome era Michael Jackson....
Ero uno studente di musica a Los Angeles ed era la mia prima settimana in America. La scena precedente la storia che vi racconterò e che ne è la sua continuazione, è semplice , tranne che per la magia che la circonda.

Ero ai miei primi giorni al MI (Musicians Institute), un college di musica a Los Angeles, dove ho studiato dal 1993 a circa metà del 1994. Avevo appena trovato un posto dove vivere in affitto, nel garage di una casa a Highland Park - a 15 minuti dal centro di Hollywood. Una casa tranquilla dove ho vissuto per circa 16 mesi, il cui gentile proprietario è diventato un grande amico.
Nella prima settimana di scuola, ebbi l'opportunità di fare alcune lezioni con Jennifer Batten, la chitarrista di Michael, un artista che ha scosso il mondo con i suoi virtuosi assoli di chitarra e la sua incredibile energia.
Nel mio primo Sabato negli Stati Uniti, dopo il mio primo giorno di college, Jorge Briozzo, il proprietario della casa, mi invitò a visitare la spiaggia di Santa Monica, portandomi in macchina con lui. Very cool.

Faceva caldo, ma non troppo, diverso dal solito bollore della costa brasiliana. Dopo aver passato del tempo in spiaggia, intorno alle 4 del pomeriggio, stavamo andando a prendere la macchina nel parcheggio per tornare a casa quando sentì un clacson e Jorge mi prese per un braccio, e mi disse , cercando di non farsi sentire:

- Quel ragazzo in quel Cherokee verde è Adrian, un mio amico. Se ci invita a pranzo, dirgli "no". L'ultima volta, mi ha portato in un ristorante molto costoso qui a Malibu e mi ci sono voluti quattro mesi per pagare il conto.

Ho riso al racconto , dopo di che siamo andati incontro a Adrian. Con il finestrino aperto e molto sorridente e cordiale,ci ha salutato, chiedendo come mi chiamavo, e dopo poche chiacchiere, senza tanti complimenti ha detto:
- Andiamo a pranzo?

Jorge gli rispose di no immediatamente. Ma Adrian insisteva. Jorge allora gli disse che il parcheggio era costoso, che era tardi e che avevamo appena mangiato del falafel. Adrian gli rispose:
- E allora?
Brasiliano e schietto come sono interruppi quella conversazione ammettendo:
- Sai cosa Adrian ... siamo al verde. Quindi, deve essere un posto economico o dovrai aiutarci a pagare il conto (era evidente che stava molto meglio di noi finanziariamente).
Adrian smise di sorridere, guardò di lato - come se stesse facendo qualche conto mentale - e rispose:
- Certo, sbrigatevi prima che cambi idea. E sorrise delle sue stesse parole.
Siamo andati al primo ristorante; chiuso (erano le 4 del pomeriggio). Adrian disse:
- Ne conosco un altro che è aperto.

Un minuto dopo, ancora a Santa Monica (dove Michael viveva) e seduto sul sedile posteriore, quello che ho visto è stato incredibile e la probabilità che mi capitasse decisamente improbabile: dal riflesso del vetro a specchio della finestra di un caffè francese dall'altra parte della strada, ho visto lo sportello di una Limousine GMC aprirsi e Michael Jackson scenderne. Non so se mi sono spiegato, ma solo per la cronaca: Se fossimo stati uno o due secondi in ritardo o in anticipo, o addirittura se fossi stato seduto sul sedile anteriore, non avrei avuto l'angolo giusto per vedere il riflesso da quella finestra a specchio e di conseguenza non avrei visto Michael scendere dalla limousine. Tutto sembrava troppo curioso.

Ma era chiaro per me quello che dovevo fare. Nonostante la mancanza di conoscenza con il proprietario della vettura ho detto:
- Adrian ... fermare la macchina. Michael Jackson sta entrando in un caffè dall'altra parte della strada.
- Chi?
- Michael Jackson.
- Come fai a saperlo?
- L'ho visto.
- E se è un sosia?
- In una limousine da mezzo milione di dollari?
Adrian - molto bravo in matematica - era senza parole, ma non fermò la macchina. Così in tono un pò più ansioso ho insistito:
- Adrian, ferma la macchina, per favore.
- Ma se anche è lui che pensi di fare?

Ci scambiammo lo sguardo dallo specchietto retrovisore e capì che non avevo intenzione di cedere così facilmente.
Abbiamo fermato l'auto e mi sono precipitato verso il Caffè. Prima di entrare, ho dato un occhio nella limousine, dove le tre guardie di sicurezza giocavano a carte. Dentro al Caffè - praticamente vuoto - una vecchia coppia mangiava del gelato. Ho chiesto all'unico cameriere a tiro e che si stava pulendo gli occhiali:
- Dov'è Michael?
- Michael chi?

Ho decifrato l'enigma immediatamente: ci crediate o no, Michael Jackson era andato dritto in bagno e nessuno lo aveva visto entrare. Ho cercato nel bagno e niente ... il posto era enorme. Fino a quando ho visto una porta aprirsi dall'altro lato del bancone e Michael uscirne.

Adrian, che era già entrato ed era lì, lo salutò con gioia. Con passi affrettati ho raggiunto Michael: gli occhiali da sole Ray-Ban a specchio, le spalline della giacca dorate, pantaloni neri e camicia nera (lo stile era comunque più "casual" rispetto ai costumi di scena) mi ha salutato. Con le mani in tasca e molto rilassato, in piedi, come in attesa di una conversazione (nella mia mente ero invece convinto che mi avrebbe salutato per poi andarsene in tutta fretta). Così scioccato dal suo improvviso interesse , ho detto:
- Sai, io sto prendendo lezioni di chitarra con Jennifer ...
- Davvero?
E ... di punto in bianco ... stavo lì a parlare di musica con Michael Jackson. Abbiamo parlato di chitarre, gli piaceva lo stile di Jennifer, la sua band, la musica. Poi mi ha chiesto da dove venivo e gli ho detto che ero del Brasile.
- Davvero ?!
E in un tono più allegro, ha detto:
- Amico, amo il Brasile ...

Ho chiesto perché non avesse ancora fatto un concerto in Brasile (era il febbraio 1993 ... e ovviamente mi piace pensare che l'unico spettacolo che fece quasi dieci mesi dopo, avesse avuto a che fare con la nostra conversazione). Mi chiese se pensavo che in Brasile le persone sarebbero andate a vedere lo spettacolo (LOL)
- Stai scherzando? Potresti avere più fans e spettatori che qui.

Lui ridacchiò. Poi, cominciò a muoversi verso la porta. Pensai: "Accidenti, è finita ..." e chiesi:
- Devi andare vero?
- No ... voglio un gelato ... Ne vuoi uno?
(Ceeeeeeeeeeeerto ...)
- Certo. (accidenti, è surreale persino raccontarlo)

Ma fuori, iniziava ad esserci un pò di confusione: una piccola folla di ragazzini lo stava aspettando, strano non fossero entrati. In questo momento, ho notato che il mio momento privato con lui era finito. Così senza pensare gli dissi:
- Michael, sarebbe fantastico suonare per te. Accompagnarlo con la chitarra penso mi avrebbe dato l'ispirazione per tutta la vita.

Si fermò e si voltò. Con un sorriso morbido, mi porse l'espressione più fiduciosa e soddisfatta che abbia mai ricevuto in 20 anni di carriera e nonostante i tanti artisti che ho avuto modo di conoscere . Annuendo, con gli occhi e l'espressione mi disse: "Ecco ragazzo. Questo è il giusto atteggiamento "
e aggiunse:
- Ok, dammi il tuo biglietto da visita.
- Non ne ho ancora. Sono arrivato dal Brasile una settimana fa.

Michael vide un vaso sopra un tavolo, lo sollevò e prese il foglio che c'era sotto.
- Tieni...scrivimi il tuo numero qui.

Ho scritto il mio numero di telefono (numero di Jorge Briozzo, in realtà),appoggiandomi alla sua spalla.
Appena ci siamo allontanati il gruppetto di ragazzi lo circondò.
Mi allontanai e mi sedetti, stordito. Lo vidi prendere il gelato, mentre la folla di ragazzini era pure aumentata, e poi spostarsi sino alla limousine con il suo gelato in mano. Prima di entrare, si fermò e guardò dentro il caffè, come se mi stesse cercando. Ho pensato: "Non può essere vero ..." Ma lo era. Si riavvicinò alla porta, mi vide li seduto. Tirò fuori dalla tasca il biglietto con il mio numero di telefono e lo agitò in aria, come per dire : "Sei veramente coraggioso fratello ..."

Ho trascorso un mese attaccato al telefono. Ho comprato pure la segreteria telefonica. Ma non ha chiamato ... sniff
L'unico commento di Jorge quel giorno fu: "Non ci posso credere! Michael Jackson ha il mio numero! "Lol

Era molto calmo e molto più umile di qualsiasi altra star che ho conosciuto o con cui ho parlato. Mi ha trattato da pari a pari, nonostante la sua grandezza evidente.

Due mesi più tardi, mi ero allontanato dal college per andare a pranzo e stavo camminando lungo i vicoli di Los Angeles (i vicoli che si vedono nei film). Improvvisamente, mentre ero tutto solo, vedo una limousine GMC bianca che viene verso di me molto lentamente in quel vicolo stretto e solo per i pedoni...
Era la macchina di Michael con quattro guardie della scorta all'interno. Mi sono dovuto fermare. E mettermi di fianco a filo con il finestrino perché il vicolo era troppo stretto per la limousine. La limousine si fermò. Si aprì la porta, e Michael scese..

C'ero solo io li. Mi sono avvicinato ma una guardia della scorta mi fermò, "Stai indietro." Michael notò la tensione e mi guardò. Si fermò e sorrise, come se mi conoscesse, ma non si ricordasse dove esattamente mi aveva incontrato. Esitò, poi venne verso di me, ma una delle guardie gli mise una mano sulla spalla e lui si fermò. Mise l'indice sul suo orologio , come per dirmi: " Accidenti ... sono in ritardo ... altrimenti avremmo potuto parlare."

Sorrisi. Mi fece un cenno e andò via. C'era una cerimonia presso il Museo delle Cere per la sua statua di cera su Hollywood Boulevard.

Qui in Brasile, cinque anni fa, mentre bevevo del vino con Paulo Ricardo della band RPM, Luiz Carlini e altra gente con cui ho suonato qui a Marcenaria, Luiz Carlini mi disse che Michael gli aveva regalato un pedale Wah Wah quando si incontrarono nel backstage dopo un concerto dei Jackson5 a San Paolo.

Il Re della gentilezza.
Il Re della danza.
Il Re della musica.
Il Re del Canto
The King of Pop
Non ci sarà mai un altro come lui.

A mio ​​fratello, che ci ha aiutato a sognare senza nemmeno saperlo.Da Roney Giah (musicista brasiliano) - 26 giugno 2009

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